La storia

   Già agli inizi del secolo scorso, lungo i terreni alluvionali, freschi e permeabili, adiacenti il torrente Modica-Scicli, nelle cosiddette cannavate ( campi adibiti alla produzione della canapa) veniva coltivato il fagiolo cosaruciaru di Scicli.

      I coltivatori, detti cannavatari , nel periodo del raccolto ovvero tra fine ottobre e inizi novembre, portavano il tipico legume a Scicli e a Modica, nei carretti, e lo vendevano ai negozianti locali ricavandone un buon guadagno a tal punto che il prodotto aveva un suo peso nell’economia agricola locale.

     Successivamente, a seguito dell’abbandono di queste aree e della relativa agricoltura che gravitava attorno a esse, accordando piuttosto la preferenza alla fascia costiera trasformata e alla produzione di primizie orticole in serra, il fagiolo è quasi totalmente scomparso e solo alcuni contadini, per lo più di età avanzata, seguendo le orme dei genitori e dei nonni, hanno custodito la coltivazione di questo legume nei propri orti al fine di non perdere la possibilità di mangiarlo in ottime zuppe, con verdure o con cotiche.

     Inconsapevole autore della riscoperta del fagiolo cosaruciaru di Scicli è stato l’attore modicano Marcello Perracchio, l’indimenticabile dottor Pasquano nella serie tv “Il Commissario Montalbano”. Infatti, è stato lui, da buongustaio qual era e memore dei grandi sacchi di tela olona traboccanti uno di fagioli, un altro di fave cottoie di Modica – anch’esse Presidio Slow Food – e altri ancora di ceci e di lenticchie, tutti posti in bella vista nella bottega di generi alimentari della madre, a chiedere agli agronomi della sezione regionale locale di recuperare questa antica varietà di fagiolo, protagonista indiscussa della cucina iblea di un tempo.

     Il circolo virtuoso innescato da questo nostalgico suggerimento gastronomico ha permesso di restituire al fagiolo cosaruciaru di Scicli  il giusto onore: dal 2012 è Presidio Slow Food, un disciplinare di produzione ne garantisce la custodia e la coltivazione sostenibile mentre alcuni giovani agricoltori, sensibili alla qualità della produzione e alla conservazione della biodiversità, manifestano interesse per questa coltura al fine di riaffermare una tradizione locale che sembrava scomparsa e – perché no – creare un significativo valore aggiunto a sostegno delle loro aziende.